UNA MEMORIA CHE GENERA E CUSTODISCE

UNA MEMORIA CHE GENERA E CUSTODISCE

Di nuovo “chiusi”. Non ho il timore di ”non sapere cosa fare”, né sono preoccupato della sospensione dei cammini di catechesi. Neppure sono angosciato di una eventuale nuova stretta sulle celebrazioni, per quanto ad oggi possiamo ancora radunarci a celebrare.

C’è una domanda che continua a bussare alla porta della mia interiorità, una domanda incessante, insistente, che potrebbe non essere legata al solo periodo pandemico ma interpella la fede stessa, la comunità e la chiesa nel suo insieme e nel suo tempo di riforma: come custodire la fede in questi giorni di sospensione di ogni cammino comune? quale memoria comunitaria è possibile per alimentare la fede? come ritrovarci comunità cristiana – chiesa sul territorio – e riconoscerci comunità credente? come impedire il ripiegamento della vita di fede su se stessi, con il rischio di vivere una fede che si nutre ad intermittenza o secondo opportunità?

RACCONTARE E’ FARE MEMORIA

Ogni volta che celebro il Sacramento del Battesimo mi soffermo un poco a commentare il momento in cui il papà del battezzato accende la candela al cero Pasquale. ”Ricevete la luce di Cristo!”, sono le parole che accompagnano il gesto rituale.

La candela accesa, che viene consegnata come segno e memoria del dono ricevuto, non può essere riposta in un nascosto cassetto dell’armadio in soffitta, bensì va utilizzata ogni volta che cade il giorno del battesimo.

Ricordarsi il giorno della nascita è una necessità umana rituale e simbolica per fare memoria del dono della vita. Un bimbo che nasce è dono, grazia, gioia, vita, sempre. Per questo celebriamo il giorno nel quale siamo ”venuti al mondo”. Dopo i primi anni di festeggiamenti inconsapevoli, un giorno il piccolo si chiederà: ”Papà, mamma, che festa è oggi?”. E noi avremo la possibilità di raccontare della sua nascita, magari mostrando le fotografie più antiche. E nel momento in cui il cuore del piccolo si apre alle domande più profonde, potremo rivelargli il magnifico mistero della vita. Semplicemente raccontando.

Ecco che allora suggerisco di fare altrettanto con il battesimo: ricordare il dono ricevuto attraverso una festa rituale simile a quella del compleanno (con i soliti ingredienti, la merenda, le torte e gli invitati, magari non solo i parenti ma anche con famiglie del vicinato). Accendendo ogni anno la candela ricevuta il giorno del battesimo, è possibile suscitare la domanda: ”Perchè accendiamo la candela?” – ”Perchè sei stato battezzato” – ”Che cosa è il battesimo?”. E come ogni domanda, si spalancano le porte al contesto ideale per il racconto che sarà spontaneamente racconto di fede. Meglio di ogni predica (anche del Papa) e di ogni catechismo.

RACCONTARE E’ CELEBRARE

Le domande e le risposte che consegnano una memoria vivente di ciò che crediamo, diventano celebrazione.

Il ”rito famigliare” della Pasqua ebraica prende avvio proprio dalle domande che il bambino più piccolo pone all’adulto: “Perché tutte le altre sere mangiamo pane, e questa sera azzima? Perché tutte le altre sere mangiamo qualsiasi tipo di verdure, e questa sera erba amara? Perché tutte le altre sere non intingiamo [il sedano] neppure una volta, e questa sera due volte? Perché tutte le altre sere mangiamo seduti, e questa sera sdraiati?”. Le domande danno vita alle risposte attraverso la lettura del racconto pasquale. Con ogni cibo posto sulla tavola si compiono dei gesti e ad essi si associano parole di memoria. Così, ad esempio, mangiando le erbe amare si fa memoria dell’amarezza patita dagli ebrei in schiavitù; il sedano intinto due volte in acqua e sale o in acqua e aceto, simboleggia le lacrime per la schiavitù.

E noi? Come celebriamo il racconto – memoria – della Pasqua cristiana? Attraverso il catechismo? Bhè, così ci hanno sempre insegnato…. Ma a che serve una, due, tante ore di catechismo se la memoria non accade nella vita quotidiana? L’eucarestia si celebra perché è memoria – parole e segni – di Dio che si è incarnato in Gesù. Ma celebrare non è solo vedere, né in diretta né tantomeno in differita. Non la si può abitualmente (se non in caso di necessità e assoluta impossibilità a celebrarla) sostituire con altro. E’ una azione liturgica, azione di Dio e dell’uomo. Per favorirne la sua interiorizzazione, perché non integrare – ripeto, integrare, non sostituire – la celebrazione eucaristica della domenica con un ”rito famigliare”, vissuto similmente alla Pasqua ebraica? Ogni domenica, perché la Pasqua cristiana è celebrata ogni domenica (e non una volta all’anno).

RACCONTARE E’ CREDERE

Spesso nei cammini di catechesi siamo alla ricerca di testimonianze. Che cosa servono se non ad accogliere il racconto di un vissuto che ha coinvolto la vita del testimone? Il Vangelo stesso è il racconto del vissuto di una comunità credente, che ha toccato il cuore di una persona ispirata da Dio, diventando a sua volta vissuto personale così coinvolgente che ha generato uno scritto per essere tramandato nel tempo. Dovremmo leggerlo sempre con questa intenzione….

Ecco il metodo del racconto della fede: non può essere una ”lezione” di contenuto per quanto teologicamente corretto bensì il racconto di una fede sperimentata nel quotidiano. Questo e non altro è il metodo per permettere ad ogni racconto di generare, alimentare e ”pro-vocare” la fede nel Signore. Per questo servono ”esperti”, ma nel senso etimologico della parola, cioè ”colui che ha provato, sperimentato, praticato” (dal latino ”expertus” – ”experiri”, provare, ricercare), non invece ”colui che sa più degli altri”.

L’Apostolo Paolo, al cap. 10 della lettera ai Romani è molto chiaro: ”La fede dipende dalla predicazione”. Per non dare troppo peso al termine ”predicazione” e relegare la trasmissione della fede a quelli che ”ne sanno più di me”, traduciamola così: ”La fede dipende dal racconto di un vissuto  evangelico personale che è memoria celebrata dell’amore di Dio, sentito concretamente sulla propria pelle e scelto liberamente”.

QUINDI?

”Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?” Rispose Gesù: ”Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato” (Gv 6,28-29)

Invito dunque le famiglie, in particolare i genitori, gli adulti, a raccontare la fede ogni giorno. Che cos’è la preghiera se non questa memoria? Soprattutto il giorno della domenica, giorno del Signore, giorno di resurrezione. Troviamo un simbolo, un segno e collochiamolo in un angolo della casa. Stabiliamo un ora precisa, per provocare domande. Diamo un ritmo alla giornata perché non sia la banalità, la frustrazione, l’inconcludente gestione del tempo e la dispersione a comandare la nostra vita. E ogni giorno, alla stessa ora, compiamo quel gesto semplice: l’accensione del lumino posto accanto alla bibbia che segna il tempo di una preghiera personale (ad esempio, tre minuti di silenzio, spenta Tv e computer, ciascuno si ferma dove vuole in solitudine orante), l’ascolto di un canto (qui l’uso dello smartphone è permesso ma solo per ascoltare) o la recita di una preghiera, la condivisione della preghiera dell’Arcivescovo ”Il Kaire delle 20,32” trasmessa sul portale della diocesi e sui canali social.

Tutto concorrerà alla memoria della fede: l’eucarestia domenicale celebrata nella chiesa parrocchiale insieme alla preghiera personale celebrata in famiglia. Anche senza incontri di catechismo. Ma questi due momenti sono essenziali.

C’è una emergenza spirituale oltre che sanitaria: lo spirito della gente di questo tempo rischia di inaridirsi. La nostra chiesa è destinataria di una profezia e responsabile di un profezia. Questo tempo di desolazione è tempo di missione. Una missione che non è più possibile riservarla ai pochi o tanti ”operatori pastorali” – preti, religiosi, catechisti, liturgisti, … – ma è ormai il tempo che sia di tutti: genitori, famiglie, vicini di casa… tutti. Solo questa è memoria che celebra e conferma la fede. Il rispetto dei protocolli deve essere rigoroso ma i protocolli non sono fatti per impedire o scoraggiare la fede e lo spirito di servizio: intendono piuttosto consentirne le espressioni custodendo la salute di tutti. (il corsivo è dell’Arcivescovo Mario)

 

don Virginio

 

Foto “Munch Det Syke Barn 1885-86” di Edvard Munch – http://samling.nasjonalmuseet.no/no/object/NG.M.00839 Nasjonalmuseet / Høstland, Børre. Con licenza Pubblico dominio tramite Wikimedia Commons.

 

Pubblicato il 9 Novembre 2020