SINODO 2: ASCOLTO

SINODO 2: ASCOLTO

Una premessa è necessaria: parliamo qui, anche oltre il Sinodo, di quella particolare pratica di ascolto che la Psicologia Positiva indica nell’ «ASCOLTO ATTIVO». Mi sembra che il metodo auspicato e utilizzato in questa prima fase chiamata della “narrazione”, sostenuta dalle parole del Papa che seguiranno, possa essere confermato da questa prassi.

«Quando ascoltiamo con il cuore – la tesi del Papa – l’altro si sente accolto, non giudicato, libero di narrare il proprio vissuto e il proprio percorso spirituale. Un vero incontro nasce dall’ascolto». Se questo è il principio per il quale Francesco ha voluto questo Sinodo, vuol dire che l’ascolto è uno degli ingredienti essenziali, senza il quale tutto il lavoro sarà vanificato. Proviamo ad approfondire, anche oltre il Sinodo, perché di ascolto attivo ne abbiamo bisogno un po’ tutti.

Ascoltare con il cuore. Che cosa significa? Lo affermiamo in ogni occasione, quando intuiamo che il semplice senso dell’udito non è sufficiente per interiorizzare un concetto, un’informazione, oppure per esprimere quella modalità di relazione interiore e spirituale – con Dio, attraverso l’umanità di Gesù – che non può essere solo racchiusa nel visibile.

Fare silenzio

E’ uno dei fondamentali. Quando abbiamo di fronte una persona che ci sta comunicando qualcosa, magari una sofferenza, un problema famigliare, o la semplice ricetta del giorno, capita frequentemente – facciamoci caso – di elaborare mentalmente risposte personali mentre l’interlocutore sta ancora parlando: “Io farei così…, oh, se sapesse quante sofferenze ho vissuto anch’io…, ma no, sbaglia sicuramente, la soluzione è questa…, la cottura migliore è a fuoco lento…”. Silenziare i pensieri, ricondurre la mente a ciò che l’altro sta comunicando, siano esse parole, gesti, sguardi, emozioni, diventa l’esercizio più fecondo per entrare nelle profondità interiori e dare corpo e anima al nostro “ascoltare con il cuore”. E lo strumento per questo esercizio di silenzio è l’ascolto.

Ascoltare sé stessi

E’ un altro passo importante. Invece di porci in atteggiamenti che tradizionalmente vengono considerati da ’’buon osservatore’’, come persone impassibili, illusoriamente “neutrali’”, sicure di sé, incuranti delle proprie emozioni e tesi a nascondere e ignorare le proprie reazioni a quanto si ascolta, impariamo a“sentire” anzitutto noi stessi, a prestare attenzione a cosa si agita in noi. L’ascolto di sé stessi è un esercizio di profondità che non può essere praticato soltanto durante il dialogo con l’altro ma richiede tempo in … altro tempo. Solo a titolo d’esempio (ma che esempio!!): la pratica dell’«esame della coscienza», che tradizionalmente ci hanno insegnato come strumento per chiedere al Signore il perdono di peccati commessi durante il giorno, non potrebbe essere meno faticoso se pensato semplicemente come momento di silenzio per scorgere con leggerezza e benevolenza ciò che si è “mosso” in me nelle diverse situazioni che ho vissuto?

Sospendere ogni giudizio

Il giudizio – lo sappiamo – è un’interpretazione personale del reale, di ciò che vediamo e di ciò che ascoltiamo. E’ dunque una visione del reale modificata, a volte addirittura falsa. Spesso i nostri pensieri giudicanti ingigantiscono, interpretano le situazioni e addirittura a volte le creano. Insinuano cioè una dinamica conflittuale. La sospensione del giudizio ci permette di ascoltare l’altro nella sua interezza, senza riduzioni, senza frammentazioni, con profonda leggerezza perché è la pura e semplice accoglienza di chi mi sta di fronte e sta comunicando – spesso – se stesso, non solo “parole”. Come ci si esercita? Ascoltando sé stessi. Ogniqualvolta ci accorgiamo – e per accorgersi bisogna “sentirsi” – che nell’ascolto dell’altro interviene un giudizio, lo lasciamo scorrere e ci riportiamo all’attenzione nel presente, di chi ho di fronte, di ciò che sta comunicando di sé attraverso parole, sguardi, gesti, movimenti.

Accogliere benevolmente

Che fatica! “Ma se l’altro non mi piace?”. Non c’è un’altra strada per l’ascolto attivo. L’alternativa è lo scontro, la reazione, il rifiuto di ogni possibilità comunicativa. La benevolenza (un “frutto dello Spirito Santo”, in cfr. Gal 5,22), è una disposizione d’animo capace di «sentire il bene» che è insito nelle cose e nelle persone. Di nuovo sul “sentire” (ma guarda un po’!). Essa non è da considerare per alcuna ragione una virtù “fallimentare” (come recita il proverbio sull’essere “troppo buoni”) bensì esprime la volontà di gioire del bene che l’altro – ogni altro – è, lasciandogli il sufficiente spazio per essere quello che aspira ad essere, anche se non mi piace, anche se non corrisponde alle mie aspettative. Con la consapevolezza che nessuno di noi può gestire né tantomeno cambiare le persone (facciamo già fatica a gestire noi stessi). E non dimentichiamo che l’esercizio della benevolenza deve essere praticato anche verso noi stessi, per accoglierci e accettarci così come siamo, con le nostre paure e i nostri slanci di coraggio, con i nostri talenti ma anche con le nostre “zone d’ombra”, perché solo l’accettazione benevola può farci compiere grandi passi di conversione autentica (se non accade forse è perché non ci siamo pienamente accettati nei nostri limiti).

Ascoltare con il cuore: abbiamo intuito e compreso che esso è un atto intenzionale – non automatico o emozionale – che impegna la nostra attenzione su noi stessi e sull’altro, su ciò che “sentiamo” in noi per attraversare ciò che “sente” l’altro, che chiede un esercizio pratico e concreto della benevolenza. E’ così difficile? Mettiamoci in cammino…

NON È IL CAMMINO CHE È DIFFICILE,

È IL DIFFICILE CHE È SEMPRE CAMMINO

Sören Kierkegaard

Pubblicato il 19 Ottobre 2021