RIPRENDIAMO O CELEBRIAMO?

RIPRENDIAMO O CELEBRIAMO?

”Finalmente!!”

E’ un’espressione comune ripetuta spesso in questi ultimi giorni. Riprendiamo la nostra vita di fede, qualcuno afferma. Ma… la nostra fede è vissuta ”solo” quando «andiamo a messa»? E se è una ripresa che cosa significa? Che l’abbiamo forse sospesa per oltre due mesi? Se fosse così, ahimè, sarebbe davvero complicato parlare di fiducia cristiana, di comunione, di comunità, di chiesa. Perché – lo diciamo spesso – la chiesa siamo noi.

Allora la parola che dobbiamo usare nei prossimi giorni per manifestare la nostra gioia, non dovrà essere ”riprendiamo” bensì  celebriamo”.

Celebriamo la fede nei Sacramenti, specialmente nell’Eucaristia che è il gesto rituale che riassume tutto il mistero della fedeltà di Dio e della nostra salvezza. Essa racconta il cuore di Dio e l’umanità di Gesù, che è Dio, nella Parola biblica ed evangelica; manifesta con efficacia il dono della vita di Gesù nell’offerta di sé nei segni sacramentali del pane e del vino; esprime il compito credente che al tempo stesso è desiderio di partecipare alla resurrezione di Cristo nella memoria efficace della sua vicenda umana e divina.

Celebriamo la visibilità della comunione ecclesiale. E’ facile parlare di comunione in linea teorica. Siamo anche molto bravi nel farcire la parola ”comunione” con un pizzico di Spirito Santo, una spolverata di zucchero evangelico e una cottura a fuoco lento, per 15/20 minuti (lo spazio di una predica). Ma la comunione si vive nella concretezza dell’incontro, vivo, vero, reale, tra noi nel nome di Gesù, radunati dall’Eucaristia. Ogni volta che la celebriamo dovremmo guardarci negli occhi (anche con la mascherina) e dirci ”ti voglio bene, chiunque tu sia” perché ti riconosco ”fratello”, e agire di conseguenza. Solo a questa condizione la comunione si espande e si fa carità anche verso chi è lontano, dubbioso, indifferente, povero, indigente…

Celebriamo la speranza che attinge dalla fedeltà stessa di Dio che ha resuscitato Gesù dalla morte. Sembrano ”solo” parole, dette per tradizione e per lunghi secoli ma sono il significato della fede cristiana, la fede nel Dio che ci ha manifestato Gesù di Nazaret: ”ogni volta che facciamo questo, lo facciamo in memoria di Lui: predichiamo la Sua morte, annunciamo la Sua resurrezione, attendiamo con fiducia il Suo ritorno”.

Allora, finalmente, celebriamo! In questi mesi non abbiamo mai sospeso la fede, non abbiamo mai interrotto la vita, anche se è inesorabilmente cambiata, non abbiamo mai spezzato la comunione… anche se non potevamo ”andare a messa”. Ma ora la nostra vita spirituale personale e  interiore, trova il suo pieno compimento e la sua verità nell’Eucaristia celebrata, il Sacramento del dono, dell’amore. Esempio efficace a cui attingere per fare altrettanto.

Quindi? In concreto?

Siamo stati in qualche modo ”costretti” a cambiare le nostre abitudini tre mesi fa, e ci siamo arrangiati, chi a leggere il vangelo della domenica nella propria casa, chi a seguire la messa in televisione. Ora dobbiamo di nuovo cambiare l’abitudine dei mesi trascorsi e ritornare a celebrare il mistero di Dio e della comunione tra noi. Se scoprissimo che ”casa è bello”, ”divano è comodo”, e ci privassimo così dell’Eucaristia festiva (a dire il vero, nel primo week end, le celebrazioni non sono state molto abitate…), forse un campanello d’allarme sta risuonando nella nostra coscienza e ci invita a riprendere con coraggio la nostra fede e ad indossarla come l’habitus che ci connota come cristiani.

don Virginio

 

 

 

Una proposta di riflessione è quella racchiusa nel salmo 125 (126). Ne propongo il testo e un breve commento

 

1 Canto delle ascensioni.
Quando il Signore ricondusse i prigionieri di Sion,
ci sembrava di sognare.
2 Allora la nostra bocca si aprì al sorriso,
la nostra lingua si sciolse in canti di gioia.
Allora si diceva tra i popoli:
«Il Signore ha fatto grandi cose per loro».
3 Grandi cose ha fatto il Signore per noi,
ci ha colmati di gioia.
4 Riconduci, Signore, i nostri prigionieri,
come i torrenti del Negheb.
5 Chi semina nelle lacrime
mieterà con giubilo.
6 Nell’andare, se ne va e piange,
portando la semente da gettare,
ma nel tornare, viene con giubilo,
portando i suoi covoni.

 

 

Il salmo 126 è stato spesso considerato il canto dei patrioti dall’esilio di Babilonia. Quasimodo lo ha rielaborato per quanto riguarda le vittime delle persecuzioni del nazismo. Padre David Turoldo lo riprende come salmo di gioia, dopo che si è lasciato alle spalle l’incubo della schiavitù.

Ci sono due immagini suggestive desunte dal paesaggio palestinese: la prima immagine fa riferimento ai torrenti del Neghev, una regione arida meridionale che sono secchi destate ma in primavera si gonfiano d’acqua; la seconda, alla semina che è un’attesa e alla mietitura che è una festa, un evidente contrasto tra il dolore, la schiavitù e la liberazione.

L’orante, in una prima parte (vv. 1-3), si fa voce della comunità e ricorda l’inaspettata, quanto improvvisa, liberazione dalla schiavitù babilonese dopo l’editto di Ciro del 538 a.C. e il ritorno in patria dei primi deportati. Richiama alla memoria inoltre la gioia e il ringraziamento che ne seguirono e lo stupore degli stessi altri popoli, allibiti per le meraviglie operate da Dio in favore del suo popolo Israele.

Nella seconda parte (vv. 4-6) il salmista eleva la sua preghiera perché il Signore rinnovi i prodigi di allora nella situazione attuale segnata dalla tristezza e dall’impotenza. Si chiede il completamento del rimpatrio degli esiliati. Le folle che ritornano sono paragonate ai torrenti (wadi in ebraico) del deserto del Neghev che, asciutti per la maggior parte dell’anno, durante la stagione delle piogge improvvisamente diventano torrenti in piena capaci di travolgere ogni ostacolo.

Dalle lacrime alla gioia

Al v. 5, l’espressione «chi semina nelle lacrime mieterà nella gioia» probabilmente è la citazione di un proverbio che induce alla speranza nell’esaudimento della supplica del v. 4. L’immagine riprende il mondo agricolo: la fatica e la privazione della semina è seguita dalla gioia e dall’abbondanza del raccolto. Il simbolo del «seme», non fa riferimento solamente al regno vegetale, ma anche all’uomo. È la discendenza, sono i figli che costano sacrifici, ma sono segno di speranza dando anche soddisfazioni e gioie (cfr. Os 2,25; Is 65,9; Ger 31,27). Nel Nuovo Testamento le Beatitudini di Matteo (cfr. Mt 5,3-11) riflettono la logica di questo proverbio, mentre la beatitudine: «Beati quelli che sono nel pianto perché essi saranno consolati» (Mt 5,4) ne è una ripresa letteraria. Gesù stesso si ispirerà più avanti a questo detto caricandolo di sfumature personali, là quando, durante l’ultima cena, dirà ai suoi discepoli: «Voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia» (cfr. Gv 16,20).

Pubblicato il 25 Maggio 2020