NON POSSIAMO ANCORA CELEBRARE

NON POSSIAMO ANCORA CELEBRARE

NORMALITA’: LA MESSA O LA FEDE? 

Dal latino ”norma” (squadra per misurare gli angoli retti), probabilmente contrazione di ”gnorìma”, (cosa per far conoscere), deriva la tanto –  oggi – abusata parola ”normalità”. Dunque un significato ulteriore dall’immediato riferimento alla ”legge” (regola di condotta, stabilita d’autorità o convenuta di comune accordo e di origine consuetudinaria, che ha per fine di guidare il comportamento dei singoli o della collettività, di regolare un’attività pratica, o di indicare i procedimenti da seguire in casi determinati, dal vocabolario Treccani).

Sul cancello dell’ex Ospedale Psichiatrico Paolo Pini di Milano si legge la celebre frase di Franco Basaglia ”Da vicino nessuno è normale”. Io aggiungo: perché ciascuno è unico, irripetibile, e l’individualità che ci costituisce, non consente di rinchiuderci dentro una ”norma”, qualunque essa sia. Ciò non significa che ciascuno può liberamente decidere di sé stesso a prescindere dalla realtà in cui vive, dalle persone con cui condivide, dalle relazioni che costituiscono il proprio mondo. Possiamo e dobbiamo decidere di noi stessi ma dentro questa concreta realtà, queste concrete relazioni, queste persone concrete, uomini e donne con le quali trascorriamo il tempo. La realtà non può essere paragonata a un singolo fotogramma che si ripete all’infinito (così stiamo tranquilli). E’ più simile a una sequenza di immagini in evoluzione, in divenire, dove i ”colpi di scena” e le ”svolte” danno significato e carattere all’intera storia, una storia non già scritta ma sempre e per fortuna da scrivere di nuovo, nel susseguirsi ininterrotto di fatti, eventi, persone che la costellano.

Dopo questa lunga premessa per inquadrare la riflessione, proviamo ad interpretare questo momento che è caratterizzato da una sostanziale continuità della nostra vita di cittadini credenti: non è ancora consentito ritrovarci in chiesa per la celebrazione dell’Eucaristia. Non entriamo nel merito delle dichiarazioni del Presidente del Consiglio né tantomeno della risposta della CEI. Si è sollevato attorno ad esse un tale polverone (del quale non ne avevamo certo bisogno adesso), chi a favore, chi contro le due parti, che necessita di essere acquietato anzitutto nei cuori, per non rispondere solo ”di pancia”.

 

LA ”NORMA” E LA FEDE IN SAN PAOLO APOSTOLO

Mi addentro da semplice credente (non da teologo, biblista o moralista) in alcuni testi paolini che esprimono questa relazione. Ho indicato ”norma” anche se nei testi si parla di ”legge” per accostare il pensiero dell’apostolo alla nostra riflessione.

La Lettera ai Filippesi ci offre un’interessante testimonianza del passaggio di Paolo da una giustizia fondata sulla Legge e acquisita con l’osservanza delle opere prescritte, ad una giustizia basata sulla fede in Cristo. (Fil 3,7)

Per una personale esperienza del rapporto con Gesù Cristo, Paolo colloca ormai al centro del suo Vangelo un’irriducibile opposizione tra due percorsi alternativi verso la giustizia: uno costruito sulle opere della Legge, l’altro fondato sulla grazia della fede in Cristo. L’alternativa fra la giustizia per le opere della Legge e quella per la fede in Cristo diventa così uno dei motivi dominanti che attraversano le sue Lettere: “Noi, che per nascita siamo Giudei e non pagani peccatori, sapendo tuttavia che l’uomo non è giustificato per le opere della Legge, ma soltanto per mezzo della fede in Gesù Cristo, abbiamo creduto anche noi in Cristo Gesù, per essere giustificati per la fede in Cristo e non per le opere della Legge; poiché per le opere della Legge non verrà mai giustificato nessuno”. (Gal 2,15-16)

 

AUT – AUT

E’ una locuzione latina che viene usata nel porre un’alternativa, ”o – o”: o questo o quello, o in questa o in quella maniera. Indica evidentemente un profondo valore, quello della scelta, una irrinunciabile categoria della vita umana. Qualche volta, nel linguaggio comune, senza che ce ne accorgiamo, esprime la convinzione che la vita si debba essenzialmente giocare tra due possibilità. Una terza soluzione non esiste (”tertium non datur”).

Così, se guardiamo la nostra attuale condizione di vita credente da questo punto di vista, avvertiamo la contraddittorietà di un decreto normativo che ci impedisce di celebrare la messa nelle nostre chiese, per permetterci di vivere la fede, per dare senso alla nostra carità.

In fondo, la testimonianza dei martiri di Abitene (persecuzione di Diocleziano, 303 d.C., nella provincia romana detta Africa proconsularis, l’odierna Tunisia) racchiusa nella famosa espressione «Sine Dominico non possumus: Senza la Domenica non possiamo vivere» pare esprimere questo concetto: ”o celebriamo l’Eucaristia, o non possiamo vivere”. Ci sentiamo anche noi un po’ così, non certo in contesto di persecuzione, ma con quella sottile sensazione che ci manca qualcosa perché ci è temporaneamente negato (non proibito), che è assolutamente vitale per la nostra vita credente. D’altra parte, la celebrazione festiva è un ”obbligo” della Chiesa, no?

Scendiamo un po’ più in profondità: che cosa significa partecipare all’Eucaristia e accostarci alla mensa del Signore? Stiamo cercando la sorgente che zampilla per la vita eterna che fa della nostra vita un sacrificio spirituale e un solo corpo con Cristo? Ancora: partecipiamo o celebriamo? Cosa significa celebrare?

 

ET – ET

All’esclusione di una parte (aut-aut) è indicata un’altra strada, quella che compone le diverse possibilità (et-et), cercando una sintesi, un equilibrio, che non è la semplice somma delle parti ma un risultato nuovo, una nuova possibilità che si manifesta.

E’ un percorso più complesso. Prevede ”sfumature di colore” che sorgono dalle composizione di quelli principali, tale per cui questi ultimi non sono più distinguibili. Chiede tempo, energie da ”sprecare” senza misura, riflessione, interazione, condivisione… Ma questa modalità ci fa paura perché quando ci si presenta davanti non sappiamo più dove sia la verità, ci sembra che le certezze finora acquisite e sperimentate siano diventate di una fragilità insopportabile (… ma guarda un po’…, una delle considerazioni più quotate di questa pandemia!!).

Gli scribi e i farisei amano una religione dell’«aut-aut», fondata sulla legge (”norma”). Gesù pare invece suggerire la fede come passo ulteriore che non esclude la legge bensì la fonda. E’ nel cuore di ciascuno che si gioca la definitiva sintesi: ”La tua fede ti ha salvato. D’ora in poi non peccare più”. Tenere insieme, senza escludere, è la scelta del magistero di Papa Francesco (vedi la ”cultura dello scarto”). Una chiesa dell’«et-et», di difficile manifestazione, perché non è così evidente la rotta da seguire, chiede un cammino di profondità e il coraggio della conversione. E’ la strana sensazione di equilibrio precario, la cui immagine evangelica più eloquente è il rapporto tra peccato e castigo/perdono.

 

QUINDI?

Già, ci manca ancora la risposta al quesito iniziale. Che cosa è il ritorno alla ”normalità”? Celebrare la messa? Vivere la fede senza messa? La messa ”in presenza” ha la fede, cioè è ricondotta al cuore, luogo della sintesi di parola e simbolo, di ritualità e spiritualità? O è ”spettacolo” a cui assistiamo (magari complice il celebrante – mi sto battendo consapevolmente il petto – che interpreta l’attore principale) perché ci viene … normale? E quante le preghiere di molti che, costretti in casa perché immobilizzati dalla vecchiaia o dalla malattia, esprimono la profondità di una fede vissuta? Ma allora la messa è ancora obbligatoria oppure no? E la futura tanto desiderata ”normalità” sarà la celebrazione della messa in chiesa ”o” in televisione (visto che c’era anche prima dell’emergenza)? E quante persone hanno utilizzato nell’assenza celebrativa il vangelo come ”strumento” di preghiera personale (quanti testi preparati, disponibili sul web!!)? O non l’hanno fatto perché ”non è normale” per vivere la domenica?

Uffa… ancora domande senza risposta. Non possiamo eludere questo drammatico insegnamento della storia: senza escludere nulla di ciò che abbiamo acquisito, fatichiamo volentieri nel trovare responsabilmente nuove strade che sanno tenere insieme «e» la messa «e» la fede. L’ha fatto prima di noi, Dio, e ce lo ha mostrato: ha tenuto insieme la divinità e l’umanità. In Gesù.

 

”Chi decide chi è normale?

La normalità è un’invenzione

di chi è privo di fantasia”

(Alda Merini)

Pubblicato il 28 Aprile 2020