NON C’E’ CURA SENZA CUORE

NON C’E’ CURA SENZA CUORE

Abbiamo conosciuto alcuni ragazzi e il loro “responsabile” della comunità Kairos, don Claudio Burgio, nella “settimana dell’educazione” di qualche anno fa. Hanno rappresentato sul palco del nostro teatro uno spettacolo da loro scritto e interpretato, per raccontare la loro storia interiore. Navigando ogni tanto sul loro portale per conoscere le esperienze educative che vivono e sperimentano, mi sono imbattuto nell’editoriale di don Claudio che mi ha ovviamente fatto riflettere e mi ha messo in discussione. Ve lo propongo per intero, non ne cambierei una virgola e neppure ci aggiungerei commenti personali. Ciascuno potrà pensarci su come il cuore suggerirà (per chi vuole conoscere la comunità, questo è il link a Kairos, da cui è preso l’articolo).

dVirginio

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E’ bastato un piccolissimo virus – «un bastardino infettivo frutto di chissà quale anomalo incrocio», come lo definisce Pierangelo Sequeri – a interrompere l’incantesimo nascosto dietro la pretesa tecnocratica: la retorica del progresso tecnologico che ci rende più liberi e più autosufficienti si è disintegrata di fronte all’evidenza della vita reale in tutto il suo dramma. Abbiamo a lungo tenuto lontani i nostri figli dalla possibilità della debolezza, della fragilità e della morte, trasmettendo loro piuttosto la sicurezza dell’uomo che non deve chiedere mai, la forza di un ottimismo centrato sull’«andrà tutto bene» come parola d’ordine.

I nostri ragazzi sono cresciuti nel mito della prestazione, del risultato a tutti i costi, nella narrazione del self made man, dell’uomo che si realizza da solo, nello stile predatorio di chi per emergere deve schiacciare qualcun altro, nella logica della competizione e dell’accumulo che non prevede indietreggiamenti o ripiegamenti su ferite e sofferenze che devono rimanere perfettamente invisibili. Poi, all’improvviso, arriva questo bastardino infettivo e interrompe l’incantesimo. E ci ritroviamo con figli angosciati, incapaci di far fronte alla durezza della realtà, di colpo presi da disturbi sempre più evidenti, dall’insonnia all’autolesionismo.

Come si curano le ferite ormai visibili della pandemia? Accuditi con la didattica a distanza nella speranza illusoria che basti a colmare il vuoto scolastico, i nostri ragazzi si sono trovati improvvisamente esposti a solitudine e a sofferenza impreviste. Spesso abituati ad automedicarsi con le sostanze psicoattive, molti adolescenti avvertono l’angoscia di chi non è mai stato educato ad affrontare il dolore e la possibilità della morte. 

La malattia mentale corre veloce quanto il virus. Se la pandemia ha fatto emergere l’aumento dei casi di ragazzi con disturbo psichiatrico, il ricorso immediato alle cure farmacologiche è sembrato agli esperti del settore e a molti genitori il rimedio a tutti i mali. Ho visto con sorpresa prescrivere e somministrare psicofarmaci con una facilità disarmante, come caramelle: una pillola per ogni ferita interiore. E’ triste vedere un ragazzo di 14 anni o poco più stordito e rallentato nei movimenti senza che alcuno abbia potuto prima dare ascolto al suo dolore interiore e conoscerne nel tempo la storia: adolescenti incapaci di reggere alla fatica del vivere, perché mai abituati ad affrontare le frustrazioni anche minime e accompagnati spesso da ascolto superficiale e da parole banali. L’eccessiva medicalizzazione degli adolescenti è qualcosa che mi sconcerta e mostra ancora una volta l’impotenza educativa del mondo adulto, incapace di trasmettere il senso del vivere e del morire.

Non voglio dire che il ricorso ai farmaci sia sempre inopportuno, ma in piena età evolutiva non credo sia la prima soluzione. Nella mia esperienza educativa non pochi adolescenti hanno a più riprese rifiutato l’intervento farmacologico e, nell’ascolto e nel dialogo, sono riusciti nel tempo a trovare serenità e una progettualità di vita all’altezza del loro dolore.

Il tempo della tecnica ci impone la rapidità, l’accelerazione, l’immediatezza delle decisioni; il tempo dell’uomo richiede ancora, a mio avviso, la lentezza delle parole ed il fluire silenzioso delle stagioni che alimentano il viaggio interiore. Per alleviare l’angoscia di un figlio non occorre una risposta impaziente e frettolosa di tipo farmacologico; serve piuttosto un lungo cammino insieme in cui – come suggerisce Eugenio Borgna – non si confondano la tristezza e la depressione. La prima non ha bisogno d’altro che di ascolto, dialogo, cura della parola; la seconda rappresenta, invece, la svolta patologica che necessita (anche) di farmaci.

La tristezza di molti adolescenti è in realtà la via privilegiata per riconciliarsi con le proprie ferite, per entrare seriamente nel proprio spazio interiore e nel silenzio dei propri vissuti; la tristezza non va “immunizzata” da psicofarmaci che impedirebbero questo necessario scavo dentro di sé. La tristezza è una forma normale di vita, non è una malattia. Inutile e dannoso, perciò, prescrivere fiumi di antidepressivi. 

Una comunità educante che cura è fondata sul dialogo, sulla condivisione, sulla pazienza di tempi lunghi e sulla speranza che libera e guarisce. Non impediamo ai nostri figli di soffrire. Non iscriviamo affrettatamente la malinconia e la trasgressione all’albo del disagio psichico da contenere farmacologicamente. 

Lasciamo che la fragilità lavori e formi l’adulto di domani. Accompagniamo la sofferenza dei nostri adolescenti senza essere divorati dall’ansia, dalla fretta, dall’ossessione di non perdere tempo e dall’idolatria del farmaco. Non c’è cura senza cuore.

articolo tratto da: https://www.kayros.it/2021/04/21/non-ce-cura-senza-cuore/

Pubblicato il 23 Aprile 2021