CERCHIAMO COLUI CHE CI CERCA

CERCHIAMO COLUI CHE CI CERCA

Preghiera: invocazione rivolta a Dio, alla divinità, con la parola o col pensiero, per chiedere aiuto, protezione, salute, favori (da: https://www.treccani.it). Una spiegazione concettuale sufficientemente comprensibile ma asettica e senza… umanità (figuriamoci poi a trovare in essa la divinità!)

Se provassimo a chiederci vicendevolmente il significato che diamo alla parola, avremo sicuramente sorprese per la grande costellazione di significati e di esempi. Non solo: cominceremo forse anche a ricordare ”le preghiere”, quelle più antiche, quelle che la nonna ci ha insegnato quando eravamo piccoli.

In tutto questo mi pare possano affacciarsi due pericoli. Il primo, quello della scontatezza del ”già visto e conosciuto”. Che cosa è ”preghiera”? Non sappiamo esprimerlo a parole ma sappiamo già tutto su cosa significhi pregare e su cosa sia la preghiera. Il secondo, quello della sua riduzione alle ”preghiere”, una serie di parole racchiuse in formule imparate a memoria, che possono essere proferite anche mentre si fa altro, come riordinare la casa, fare il bucato, cucinare… (non oso pensare a cosa possa accadere mentre si ”guarda” dal comodo divano la messa in TV, almeno per chi potrebbe invece celebrarla nella chiesa).

L’Arcivescovo Mario introduce la sua proposta pastorale per l’anno 2022/2023 sulla preghiera ricordando, nell’introduzione, il Card. Martini e la sua lettera pastorale del 1980 dal titolo ”La dimensione contemplativa della vita” (basterebbe già questo per riassumere il significato di ”preghiera” e aiutarci a correggere il tiro sulle numerose ”preghiere” che recitiamo ma non ci aiutano a ”sentire” un Dio che ci è vicino). 

Così scrive il Card. Martini: «Nel fare ciò – rileggere le esperienze vissute dopo pochi mesi dall’ingresso in Diocesi – mi accorgo di stare vivendo, per dono di Dio, quella che si potrebbe chiamare la “dimensione contemplativa” dell’esistenza: cioè quel momento di distacco dall’incalzare delle cose, di riflessione, di valutazione alla luce della fede, che è tanto necessario per non essere travolti dal vortice degli impegni quotidiani». Più chiaro di così! E siamo più di 40 anni fa… sic!

La preghiera contemplativa: forma dell’esistenza

Che cosa significhi contemplare, mi pare si possa riassumere in una felice espressione dell’Arcivescovo Mario quando, nell’introduzione, chiede sollecitudine a pregare e definisce la preghiera, come  «quel dimorare in Gesù che è la condizione irrinunciabile per portare molto frutto, secondo i criteri di Dio».

La dimora evoca la sosta, immagina una casa, costruisce relazioni. Essa è lontana da quel ”fast-prayer” (”Hai detto le preghierine, hai fatto almeno il segno della croce, prima di dormire?”) che abitua i cuori a una vita sempre più ”fast”, rapida e veloce, un ”mordi e fuggi” continuo per ottimizzare i tempi. Una tale velocità del quotidiano, ci priva di una preziosa e quanto mai necessaria casa interiore, ci rende randagi e ”senza-fissa-dimora”. Questa vita ”fast” si nutre di sé stessa, cerca sempre più tempo, inibisce pericolosamente il desiderio di profondità che è in ciascun essere umano e amplifica il movimento ”fuori di sé” (appunto! solo così possiamo ridurci… sic!). 

Nel libro ”Elogio della lentezza” (L. Maffei, Bologna, 2014, ed il Mulino) non si parla di preghiera contemplativa ma l’autore fa una riflessione davvero interessante. Parlando dell’evoluzione afferma che la rapidità «porterebbe con sé la scomparsa di tutte le azioni considerate inutili, come la contemplazione, la poesia, la conversazione per il piacere di parlare» (pag. 104), quindi la scomparsa di tutto ciò che è connesso al dimorare in un luogo ma soprattutto in un cuore, il proprio, quello dei fratelli, quello di Dio. 

E qualcuno ci ha insegnato (non recentemente a dire il vero, ma la nostra memoria spesso accantona ciò che ha già una ”certa età”) dove trovare questa dimora: «Tardi ti ho amato, bellezza così antica e così nuova, tardi ti ho amato. Tu eri dentro di me, e io fuori. E là ti cercavo» (S. Agostino, Confessioni 10.27.38). E ancora: «Non uscire fuori, rientra in te stesso: nell’uomo interiore abita la verità» (De vera religione 39, 72).

Non esiste un altra strada: rientra in te stesso

Se dovessi scegliere un episodio evangelico per rappresentare complessivamente la preghiera, non indicherei i testi nei quali Gesù insegna il Padre Nostro (Mt 6,9-13; Lc 11,1-4). Userei il testo del vangelo di Luca che siamo soliti intitolare ”Il figliol prodigo” (Lc 15,11-32). In quello scorcio di esistenza ordinaria, l’abbandono volontario della gioia della dimora nella casa del padre è recuperata attraverso una grande prova che precede un cammino interiore. L’indigenza nella quale il figlio si trova, manifesta il bisogno di ritrovare ”casa” ma questo è possibile solo ”rientrando in se stessi”. 

Un esercizio necessario perché questo accada è quello dell’ascolto di sé nel silenzio. Provate a stare in silenzio interiore (pensieri compresi) per 5 minuti (meglio al mattino presto o a sera tardi, nel silenzio esteriore dell’alba o della notte), ascoltando ad occhi chiusi semplicemente… il silenzio e il proprio respiro. E solo dopo questi 5 minuti provate a leggere (o ascoltare) un brano di vangelo, lentamente, senza fretta, senza pensare ad alcun significato, semplicemente… ascoltando e osservando dove ci porta, cosa ci attrae, cosa ci rasserena e ci da gioia, cosa invece ci turba e ci rattrista (è il ”cosa dice a me, qui ed ora”, una delle tappe del cammino di preghiera chiamato «lectio divina», lettura divina e orante del vangelo). 

Pregare è il cammino di ricerca ”di se stessi” di quei due discepoli che hanno atteso Gesù di ritorno dai quaranta giorni di digiuno nel deserto (Gv 1,35-39). La domanda del Signore li inchioda nel loro intimo e chiede che siano essi stessi a svelare i loro desideri più profondi: «Che cercate?». Ciascuno di noi cerca sempre qualcosa: la salute, la felicità, l’amore, la certezza sul futuro… «Venite e vedrete» è l’unica vera risposta che impegna in un cammino di profondità.

La preghiera non è un prêt-à-porter che si indossa una volta per tutte. E’ esercizio continuo, quotidiano, semplice, umano, non staccato dalla vita ma che conduce alla Vita. Il percorso diocesano ci aiuterà in tutto questo ma… dovrà diventare habitus per ciascuno e non assolvimento di un compito che il Vescovo ci ha affidato (”solo” per quest’anno).

Il testo della Lettera pastorale del Card. Martini ”La dimensione contemplativa della vita” è reperibile sul portale della parrocchia all’indirizzo: https://www.parrocchiadirosate.it/2719-2/

Pubblicato il 26 Agosto 2022