FRATELLI TUTTI 1/3

FRATELLI TUTTI 1/3

13 marzo 2013. TG1 delle ore 20.

Diretta da piazza San Pietro. “Habemus papam!”. Dalla loggia delle benedizioni il Cardinale Bergoglio rompe il protocollo vaticano, parla alla folla e chiede di pregare per lui, inchinandosi al mondo in un assordante silenzio, che accomuna tutti al di là delle appartenenze, provenienze, condizioni.

Nel nome scelto e nelle parole consegnate alla folla è chiaramente indicato il suo pontificato: “Fratelli e sorelle… buonasera!”. Semplicemente umano e fratello. Poi continua: “… vi ringrazio dell’accoglienza… iniziamo questo cammino, vescovo e popolo…. un cammino di fratellanza… di fiducia fra noi. Preghiamo sempre l’uno per l’altro… preghiamo per tutto il mondo perchè ci sia sempre una grande fratellanza…”. E dopo l’invito a pregare per lui, continua: “Grazie dell’accoglienza. Pregate per me e ci vediamo presto… Buona notte e buon riposo”. Semplici parole di fraternità.

Già: parole. Le prime da Papa. Anche dalle parole – proclamate o scritte – passa la fraternità e l’amicizia sociale (ma questo è un altro “complicato” argomento…).

Accantoniamo decisamente l’enfasi sulla persona di papa Francesco, sempre oggetto di giudizi, siano essi a favore o contro il suo pontificato. Mi piace vedere invece, in questa enciclica “sulla fraternità e l’amicizia sociale”, l’espressione più originaria del suo ministero a servizio della Chiesa, che dalle prime parole del 2013, attraversando i diversi discorsi, esortazioni e omelie, passando per la lungimirante “Laudato sii” (24 maggio 2015) e il “Documento sulla fratellanza umana” (Abu Dhabi, 4 febbraio 2019), arriva fino a noi oggi. In questi otto anni, ha “scritto” l’introduzione. Ora ha composto il contenuto. Come lui stesso afferma (Fratelli Tutti, FT 5) “le questioni legate alla fraternità e all’amicizia sociale sono sempre state tra le mie preoccupazioni”.

E’ quasi un “sacrilegio” pretendere di spiegare questo testo in poche righe. Non si può: la penna sottolinea ogni parola, ogni frase e concetto. L’enciclica va letta e meditata. Da tutti, cristiani e non cristiani, credenti e non credenti. «Il punto di partenza dev’essere lo sguardo di Dio. Perché Dio non guarda con gli occhi, Dio guarda con il cuore. E l’amore di Dio è lo stesso per ogni persona, di qualunque religione sia. E se è ateo, è lo stesso amore. Quando arriverà l’ultimo giorno e ci sarà sulla terra la luce sufficiente per poter vedere le cose come sono, avremo parecchie sorprese!» (FT 281).

Provo a riflettere su tre parole: perchè? come? quando? concludendo con un epilogo.

Perchè?

«Dio è amore; chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui» (1 Gv 4,16). Al n. 4 dell’enciclica la citazione è inequivocabile. La fratellanza e la giustizia sociale hanno la sua ragion d’essere nell’amore di Dio. Se cercassimo una spiegazione da un altra parte, al di fuori di questa parola ispirata, non sapremo dare ragione alla fratellanza, alla solidarietà, alla carità. Non ne varrebbe la pena. Anche  papa Francesco individua nell’amore una delle ragioni – se non l’unica – che spinge in questa direzione.

Lo cantiamo a squarciagola nelle nostre chiese, “amatevi fratelli come io ho amato voi… vivete insieme uniti come il Padre è unito a me…”; lo esprimiamo e lo spieghiamo nelle catechesi e nelle omelie; ne siamo profondamente convinti, a tal punto che le nostre preghiere di intercessione sono quasi sempre a favore degli altri (“Ti ringraziamo del pane che ci hai dato a questa mensa. Dona cibo a chi non l’ha”… ma chi dovrebbe donare pane? Dio? Io?). Quando si tratta di agire oltre lo straordinario, oltre l’emergenza, nella quotidianità, nell’imprevisto, modificando i propri piani e progetti, allora è diverso. Qui qualche puntino sulle “i” lo dobbiamo mettere.

Il commento alla parabola del buon samaritano è incredibilmente affascinante (bisogna leggerlo e meditarlo, in FT 56-86). Lo riassumo (indegnamente) così: la fraternità è prima di tutto uno stato del cuore che mi sposta dal mio centro e mi dirige verso l’altro, chiunque esso sia, per prendermene cura; la fraternità è una abilità che mi aiuta a vedere sulla strada della mia vita, oltre la meta e il bel panorama, quel particolare che spesso sfugge ma che è determinante: è un essere umano, degno di essere visto, accolto, accompagnato; la fraternità è l’esercizio sublime della volontà che sceglie tra le varie opzioni: continuare il cammino o fermarsi, guardare o girare lo sguardo, spendere – o restituire – per qualcuno o trattenere per se.

I briganti della parabola sono in parte accomunati al Sacerdote e al Levita, definiti “segreti alleati” (FT 75). I primi lasciano “mezzo morto” il malcapitato attraverso una violenza fisica che non ha eguali. I secondi lo lasciano anch’essi “mezzo morto” attraverso la violenza passiva (quella fatta di parole, di sguardi, che provocano ferite emotive) che, spesso, è peggio di quella fisica perchè è ciò che la alimenta. Dovremmo qui fare lunghe riflessioni ed esami della coscienza personale e comunitaria su questo tipo di  violenza – passiva –  che distrugge quanto e forse più di quella attiva. In particolare quella che traspare sui social. Il Papa lo afferma chiaramente, non risparmiando nessuno (“anche persone religiose”). Diamo a lui la parola: più chiaro di così non si può. «Nella comunicazione digitale si vuole mostrare tutto ed ogni individuo diventa oggetto di sguardi che frugano, denudano e divulgano, spesso in maniera anonima» (FT 42). «C’è bisogno di gesti fisici, di espressioni del volto, di silenzi, di linguaggio corporeo, e persino di profumo, tremito delle mani, rossore, sudore, perché tutto ciò parla e fa parte della comunicazione umana. I rapporti digitali, che dispensano dalla fatica di coltivare un’amicizia, una reciprocità stabile e anche un consenso che matura con il tempo, hanno un’apparenza di socievolezza» (FT 43). «Questo favorisce il pullulare di forme insolite di aggressività, di insulti, maltrattamenti, offese, sferzate verbali fino a demolire la figura dell’altro». (FT 44) «Occorre riconoscere che i fanatismi che inducono a distruggere gli altri hanno per protagonisti anche persone religiose, non esclusi i cristiani, che possono partecipare a reti di violenza verbale mediante internet e i diversi ambiti o spazi di interscambio digitale. Persino nei media cattolici si possono eccedere i limiti, si tollerano la diffamazione e la calunnia, e sembrano esclusi ogni etica e ogni rispetto per il buon nome altrui. Così facendo, quale contributo si dà alla fraternità che il Padre comune ci propone?» (FT 46). 

Eppure uno straniero «si è fermato, gli ha donato vicinanza, lo ha curato con le sue stesse mani, ha pagato di tasca propria e si è occupato di lui. Soprattutto gli ha dato una cosa su cui in questo mondo frettoloso lesiniamo tanto: gli ha dato il proprio tempo. Sicuramente egli aveva i suoi programmi per usare quella giornata secondo i suoi bisogni, impegni o desideri. Ma è stato capace di mettere tutto da parte davanti a quel ferito, e senza conoscerlo lo ha considerato degno di ricevere il dono del suo tempo». (FT 63).

Perchè fatelli tutti? Mi scorre un brivido lungo la schiena: non so rispondere se non intellettualmente, citando frasi evangeliche, canti liturgici e pure gli aforismi che trovo su internet, che scaldano il cuore, posso diventare fonte di ispirazione, ma… rimangono al livello della mente. E se indugio a pensare la fraternità e l’amicizia sociale e a cercarne le ragioni nella razionalità umana, sorgono altre domande: cosa ci guadagno? cosa ci perdo? fin dove mi condurrà?

Perchè fratelli tutti? Proviamo a cercare più luce percorrendo la strada della dignità: «l’inalienabile dignità di ogni persona umana al di là dell’origine, del colore o della religione, [è] la legge suprema dell’amore fraterno» (FT 39). Ne sono consapevole. E’ uno dei cardini fondamentali della dottrina morale e sociale della chiesa. Leggo ancora: c’è un’illusione verso la quale dobbiamo vigilare, «credere che possiamo essere onnipotenti e dimenticare che siamo tutti sulla stessa barca. …  L’isolamento e la chiusura in se stessi o nei propri interessi non sono mai la via per ridare speranza e operare un rinnovamento, ma è la vicinanza, è la cultura dell’incontro. L’isolamento, no; vicinanza, sì. Cultura dello scontro, no; cultura dell’incontro, sì» (FT 30)

Non mi basta! Perchè fratelli tutti?

Abbandono i ragionamenti. Mi metto in discussione. Provo a vivere oggi questa fraternità umana. Alla sera, nella preghiera che conclude la mia giornata, oltre alle “preghiere” consuete e la lettura di “compieta”, faccio un esercizio di concentrazione e presenza: “Oggi mi sono fermato oppure ho continuato a camminare senza guardarmi intorno? Oggi ho osservato i particolari sulla mia strada oppure ho girato lo sguardo per non vedere? Oggi ho trattenuto tutto per me oppure ho restituito ad altri ciò che appartiene loro?”.

Continua… la riflessione sul “come?” e sul “quando?”, ma sopratutto continua il mio cammino e quello di ciascuno per rendere visibile la fraternità. «Senza dubbio, si tratta di un altra logica [il contesto è quello del debito dei paesi poveri, ma lo estendo al concetto di fraternità]. Se non ci si sforza di entrare in questa logica, le mie parole risuoneranno come fantasie. Ma se si accetta il grande principio dei diritti che promanano dal solo fatto di possedere l’inalienabile dignità umana, è possibile accettare la sfida di sognare e pensare ad un altra umanità» (FT 127)

don Virginio

Pubblicato il 10 Ottobre 2020