DIETRO LA MASCHERA

DIETRO LA MASCHERA

Guardando le persone e incrociando gli sguardi da dietro la ”mascherina”, riconoscendoci a memoria ma  accomunati da un certo anonimato, ho ricordato questo titolo di un film del del 1985, diretto da Peter Bogdanovich, tratto da una storia vera, la storia di Roy Lee Dennis, nato il 4 dicembre 1961 e morto il 4 ottobre 1978 due mesi prima del suo 17º compleanno.

Rocky Dennis è un ragazzo affetto da una rara malattia che colpisce un bambino su 220 milioni, comunemente chiamata leontiasi: il suo volto è infatti deformato a tal punto da avere le fattezze di un felino, nella fattispecie, un leone. Nonostante ciò, Rocky non si sente inferiore agli altri e, spesso, arriva persino a scherzare sulla sua condizione di ragazzo deforme. In un campeggio dove presta servizio di volontariato, conosce una ragazza non vedente, Diane, se ne innamora e viene ricambiato. Diane inoltre non è terrorizzata dal suo aspetto fisico, ma lo accetta senza problemi.

Ho pensato molto in questi giorni, uscendo per le vie del paese, a un fatto curioso a cui – sembra – dovremo abituarci per lungo tempo (anche se non è ancora del tutto chiaro): l’uso della mascherina. Non entro nel merito della qualità o tipologia del presidio sanitario, né nella reale possibilità che essa possa contenere (o ridurre) il contagio. E’ una considerazione da ”esperti”. Mi limito a raccontare ciò che hanno provocato in me questi sguardi ”filtrati”.

Chi vive si incontra

Inequivocabile, senza alcun dubbio. Fa parte di noi. Gli esseri umani vivono incontrandosi. Da questa situazione distanziale avremo due possibilità: una positiva e una negativa. La prima: dopo questa forzata astinenza da tutto ciò che è fisico, concreto, riscopriamo l’importanza di condividere dal vivo l’essere umano, che è animale sociale e non è fatto per condividere le esperienze attraverso un tasto, ma dal vivo, per sentire il battito del cuore di chi sta accanto, per scambiarsi sensazioni ed emozioni. La seconda: usciamo da questa esperienza con la conferma terribile che sia possibile una vita diversa, chiusi nel proprio guscio e connessi ”solo” virtualmente. La facilità con la quale possiamo accedere ora alla rete, valga invece come elemento supplente, provvisorio, non definitivo e dopo questa provvisorietà, dobbiamo tornare con forza a volere quello che ci manca, la condivisione con gli altri.

L’importanza della memoria

C’è un aspetto che, in questa condizione, risulta amplificato ed è la memoria. Quasi inconsapevolmente (ma se ci facciamo caso ce ne accorgiamo) ogni volta che incrociamo qualcuno, coperto sulla faccia, la nostra mente compie rapide operazioni che ci richiama alla memoria un particolare modo di vestire, di camminare, un originale pettinatura, il colore dei capelli, degli occhi o degli occhiali, per riconoscere chi ci passa accanto. E’ ancora una attitudine dell’essere umano, che ha bisogno di ricordare, di visualizzare, di ripetere per apprendere e, questo, è ancor più necessario a riguardo delle relazioni. Ed è – a mio parere – un altro segno positivo, perché tiene vivo quel bisogno di socialità, di relazionalità, di incontri veri, che ”vogliamo voler” ricostituire abbandonando decisamente quell’ego che spesso divide.

La parola agli occhi e al cuore

Non solo la maschera, non solo gli assembramenti ma anche le soste per scambiarci una breve parola, pur ”a distanza consentita”, comminano spesso una ammonizione. Non ci è concesso tempo pur avendo tempo. Diamo allora spazio agli occhi, specchio dell’anima. Il modo con cui guardiamo e ci guardiamo, esprima già fin d’ora quella benevolenza che rasserena, anche perché ciascuno sta vivendo la medesima fatica.

Anche il cuore (non il muscolo cardiaco ma gli affetti, la volontà, la nostra dimensione interiore) ci viene in aiuto; esso diventa quella squisita possibilità di vedere oltre il visibile, oltre la maschera, oltre la superficie e raggiungere empaticamente il fratello. Come manifesta Diane, la ragazza non vedente del film citato all’inizio, che ama Rocky senza essere condizionata dalla mostruosità del suo aspetto. Come direbbe Antoine Saint-Exupery, ”l’essenziale è invisibile agli occhi”.

Dunque indossiamola pure… ma non dimentichiamoci che la nostra vita è sempre squisitamente relazionale.

 

don Virginio

Pubblicato il 18 Aprile 2020