AUGURI ALLA COMUNITÀ

AUGURI ALLA COMUNITÀ

La festa di oggi è diversa da tutte le altre passate: è una Pasqua buona, perché è ancora il grido di esultanza e di speranza per la Vita che ha vinto la morte. Non è una buona Pasqua: non possiamo ancora incontrarci ”dal vivo”, guardandoci in faccia, riconoscendoci immediatamente per i tratti del viso, le caratteristiche del sorriso, le pieghe tipiche dei volti di ciascuno. E’ come se vivessimo un lungo ”sabato santo” della storia, in attesa di una Resurrezione che, sappiamo accadrà, ma non ci è dato sapere quando.

La chiesa è aperta ma vuota.

L’oratorio non è mai stato così verde ma è deserto.

La vita cristiana non è mai stata così responsabile (dobbiamo decidere di viverla dentro le mura domestiche) ma non vediamo la comunità concreta.

Ci incontriamo ”a norma di legge” e ci riconosciamo dagli occhi ma non ci fermiamo per le strade a condividere parole, pensieri, passioni.

Portiamo nel cuore molte persone – chi vive in ”prima linea” dell’emergenza, chi sperimenta il dolore della morte – ma ci sentiamo anche fragili e a volte inutili.

Voglio così augurare a tutta la comunità, a tutte le persone di Rosate, piccoli e grandi, giovani e adulti, nonni e nonne, ammalati e soli, di poter presto risorgere con un sorriso splendente, illuminante, comunicativo della gioia, ma soprattutto di allenarci fin d’ora, di poterlo già sperimentare anche sotto la mascherina che porteremo ancora per un bel pezzo.

 

A TUTTI I BAMBINI

Ciao a tutti i bambini e bambine di Rosate.

Oggi voglio farvi gli auguri di Pasqua attraverso una parola: ENTUSIASMO. Voi sapete che il significato di questa parola è ”volgere lo sguardo verso Dio”. In queste settimane il vostro entusiasmo forse è un po’ addormentato (spero non definitivamente scomparso). Io auguro a tutti voi di tenerlo sempre vivo nel cuore.

Ci vorrà ancora tempo, ma come è arrivata la Pasqua di quest’anno nonostante tutto, così verrà il giorno in cui potremo di nuovo correre, gridare, urlare, giocare… non importa se con la mascherina e i guanti, oppure con in tasca il disinfettante per le mani e a distanza di almeno un metro tra noi. Nessuno può legarci le gambe o le braccia, nessuno può farci tacere per sempre. Distanti ma vicini, grideremo presto ancora a squarciagola.

 

AI PREADOLESCENTI

Ciao ragazzi e ragazze. In questo momento, mentre vi scrivo queste righe per gli auguri di Pasqua, penso alle numerose occasioni che, fino a qualche settimana fa, avevamo per incontrarci: chi al sabato mattina agli incontri, chi in oratorio perennemente stabile sul sintetico (volevamo metterlo a nuovo per questa estate ma dobbiamo ancora attendere), chi in giro per Rosate, in piazza, al Castello, alla casa dell’acqua. Sono sincero: a me mancano questi luoghi, soprattutto i volti, anche solo per uno sguardo veloce e un saluto di passaggio: ”ciao frà… bella frà… ” (come dite voi).

La parola che risuona per voi come augurio pasquale è ASCOLTO. Iniziate fin d’ora ad ascoltare la vita, quella concreta, quella che nasce dal cuore, quella che sta esplodendo in voi e che ora, per questa situazione di emergenza, è un po’ ”costretta” dentro le mura della vostra casa; ascoltate i genitori che, con voi, devono gestire il loro e forse un po’ anche il vostro tempo; ascoltate i prof, che dai diversi siti web e con le diverse e fino ad oggi poco praticate tecniche, vi parlano e vi insegnano on line; ascoltare i vostri amici che, ne sono certo, non smettete mai di cercare e di contattare, chattando qua e là sui social; ascoltate il Vangelo – perché no? – per chi sta intuendo e decidendo che ne vale la pena ed è pienamente corrispondente alle domande sulla vita, seguire una persona, Gesù di Nazaret, che ci ha detto: ”E’ possibile fidarsi di Dio Padre”.

 

AGLI ADOLESCENTI

”Ciao raga!”. Scusate, voglio fare il giovanile ma devo convincermi che sto diventando ormai quasi ”nonno”. Il problema è che sono sempre più colpito della vostra freschezza e tenacia nella ricerca della vostra identità, attraverso le diverse esperienze di relazione che state quotidianamente vivendo. Sono rimasto particolarmente colpito da uno di voi, di passaggio per la piazza per ”motivi consentiti dalla legge”, dal suo sguardo fisso e quasi perso nella direzione dell’oratorio. E con una voce impercettibile ma chiara, l’ho sentito sussurrare: ”Ma quando ci vedremo ancora, caro oratorio?”. L’oratorio… vissuto da molti di voi soprattutto nel tempo estivo…

La parola per voi, che esprime il mio augurio, è PROFONDITA’. La velocità è una delle ossessioni del nostro tempo. Riceviamo pacchi in meno di 24 ore, in un istante i nostri messaggi arrivano all’altro capo del mondo. Che lo vogliamo o no, tutto ciò rischia di influenzare il modo in cui ci approcciamo alla vita: spesso vogliamo tutto e subito e riempiamo ogni istante di qualcosa che scacci la noia e ci dia l’impressione di non perdere tempo. Eppure la torta non cuoce in metà tempo se raddoppi la temperatura del forno. E l’albero avrà sempre bisogno di tempo e pazienza per diventare alto, per scendere in profondità e toccare il cielo.

Accorgiti se stai correndo o se resti in superficie. E se riesci, rallenta (in questo tempo potremmo esserne favoriti), per avere l’opportunità di scendere nelle profondità del cuore, dove risiedono le domande e i desideri più veri e più umani.

 

AI GIOVANI

Quest’anno abbiamo tentato un percorso per allenarci a ”generare scintille” nella nostra vita e in quella di chi ci vive accanto. Le circostanze lo hanno interrotto sulla parola d’ordine che diventa ora l’augurio per questa Pasqua: FUTURO.

Non segnate il passo in questa faticosa ma stupenda ricerca della vocazione. La fatidica domanda ”Che cosa farò da grande” non può solo trovare l’immediata risposta – seppure importante – che riguarda un impiego professionale. Essa rivela un interrogativo ben più profondo: ”qual è il mio posto nel mondo?”.

Immagina di costruire un puzzle. Ogni tassello è importante perché ciascuno ha il suo posto nell’immagine complessiva. Anche l’angolo più periferico e monocolore, se manca viene subito notato, balza agli occhi prima e più del soggetto principale dell’immagine.

La storia è come questo puzzle. E ciascuno di noi è un tassello. SI può anche scegliere di rimanere sul tavolo, perché ancora alla ricerca del proprio posto oppure – ahimè – per comodità, illudendoci di far parte di quell’angusto e rassicurabile mondo formato solo dai quattro o cinque pezzi che sono intorno a noi, vicini vicini, e null’altro. E’ ardua impresa immaginarci in un progetto più grande. Forse perché non lo vediamo. Forse perché non riusciamo, nonostante gli sforzi, ad alzare lo sguardo.

L’incoraggiamento che vi rivolgo è quello di Santa Teresa di Lisieaux, nella sua autobiografia: ”La carità mi offrì il cardine della mia vocazione. Capii che solo l’amore spinge all’azione e che, spento questo amore, gli apostoli non avrebbero più annunziato il Vangelo, i martiri non avrebbero più versato il loro sangue. Compresi e conobbi che l’amore abbraccia in sé tutte le vocazioni, che l’amore é tutto, che si estende a tutti i tempi e a tutti i luoghi, in una parola, che l’amore é eterno.

Allora con somma gioia ed estasi dell’animo gridai: O Gesù, mio amore, ho trovato finalmente la mia vocazione. La mia vocazione é l’amore. Si, ho trovato il mio posto nella Chiesa.”

 

ALLE FAMIGLIE E AGLI ADULTI

Carissime famiglie, in questi giorni di festa, celebrare con la chiesa vuota non è stato di grande sollievo. Non lo ha certo favorito la webcam che ogni tanto guardavo, immaginandovi dietro di essa. Celebrare comporta sempre una presenza fisica, concreta, personale, perché la chiesa ha un volto concreto, non solo spirituale e sacramentale. Per usare le parole del Vescovo del Salvador, San Romero, ”La chiesa siete voi”.

Dalla ”sospensione” di ogni evento sociale, con molte di voi si è interrotta la relazione visibile: in oratorio, in occasione dell’incontro di catechismo, in chiesa per l’Eucaristia, o semplicemente e più frequentemente per la strada, al supermercato, in piazza… Ci penso ogni tanto: non ci si vede più. E questa situazione che perdurerà ancora, che – come dicono – cambierà le nostre vite e il nostro modo di socializzare, solleva in me un interrogativo: riusciremo ancora ad incontrarci? vinceremo la tendenziale paura del ”contagio di ritorno”? supereremo la ”comodità” dello smart working o la ”convenienza” delle mura domestiche?

Ecco l’augurio, che si fa parola concreta: COMUNIONE. Portiamo nel cuore il desiderio pratico e concreto di una comunione possibile, già nella ”fase 2” di questa emergenza, nella quale saremo chiamati a vivere per lungo tempo, forse, con mascherina e guanti. Rivestiamoci di prudenza ma scacciamo la paura. Manteniamo distanze formali ma incrociamo gli sguardi e parliamoci con gli occhi. Entriamo pure in chiesa mentre percorriamo la strada per la spesa ma ogni tanto andiamo a fare la spesa dopo che abbiamo pregato nella nostra chiesa.

E’ l’augurio che la comunione tra noi, quella concreta, visibile, possa ancora essere praticabile. Non come prima. Ho questa fondata speranza: più di prima.

 

AI NONNI E ALLE NONNE

Cari nonne e nonne. Ho cercato una immagine per rappresentare l’augurio che voglio rivolgere anche a voi e l’ho trovata in una pubblicità che presentava uno dei tanti eventi di preghiera che hanno costellato i nostri giorni, le nostre sere. Una bibbia e una corona del rosario.

La vostra presenza per i figli e i nipoti, per la vita della collettività e della parrocchia, è di fondamentale importanza. Non solo per il molto tempo che avete a disposizione e che sapete donare a piene mani bensì per la vostra vocazione alla solidarietà. Non è certo una questione di quantità: lo stesso vangelo parla di cinque, di due e anche di un solo talento. L’importante è non sotterrare nemmeno l’unico che ci è dato ma trafficarlo perché porti più frutto.

Anche in questo tempo di ”solitudine forzata” voi portate nel cuore il desiderio di essere solidali e al servizio di chi ha bisogno. Alcuni lo possono ancora vivere in quelle occasioni che il volontariato dispone; altri sono impossibilitati a svolgere alcunché a causa di qualche malessere o per giustificata prudenza.

La parola che esprime per voi l’augurio pasquale è INTERCESSIONE. E’ un augurio e al tempo stesso un ringraziamento. Un augurio perché, anche nell’impossibilità di fare qualunque cosa, nel segreto della vostra casa, potete fare qualcosa, potete intercedere per tutti noi. Uno degli strumenti dell’intercessione è la preghiera. La vostra è una preghiera che conta, che è potente perché unica nel suo genere. Parte dal cuore di chi a volte non sa come dare aiuto e allora si affida. E’ anche un ringraziamento perché la vostra intercessione è premura e cura verso tutti. E tutti abbiamo bisogno che qualcuno, in forme diverse e molteplici, si prenda cura di noi.

 

AGLI ANZIANI E AGLI AMMALATI

La parola che dico a voi è sottovoce; vuole essere prudente e discreta, nel rispetto di ogni situazione personale. Mai come in questo tempo, la vostra situazione, la vostra sofferenza sono portate nel cuore di tutti. A questo si aggiunge quella drammatica solitudine generata dalla situazione emergenziale, motivata dalla prudenza della cura.

La parola che, sottovoce e con discrezione vi rivolgo in questa Pasqua, è REDENZIONE. E’ una parola complessa, con una molteplicità di significati. Essa richiama la libertà, il perdono, la conversione, la salvezza. E’ legata alla sofferenza fisica o morale, che non sono un prezzo da pagare a Dio per il nostro peccato.

Il dolore esiste, lo proviamo, lo sentiamo nel nostro fisico e nella nostra anima. E sappiamo spiegarlo scientificamente, perché è un processo biologico che procede in noi. Ma il ”mistero del dolore” è inspiegabile perché racchiuso nel segreto della propria interiorità. Il dolore è mistero perché ciascuno lo vive nella profondità della sua coscienza in modo del tutto personale. Non possiamo evitarlo, possiamo subirlo oppure offrirlo, per la redenzione e la salvezza dell’umanità.

Questa è la fede evangelica: ”Tu, Signore, ci hai redento con la tua croce e resurrezione: salvaci, o Salvatore del mondo”.

 

PREGHIERA DELL’ARCIVESCOVO MARIO

Erano chiuse le porte,
quel giorno, il primo della settimana.
Dietro le porte chiuse
abitavano discepoli spaventati:
erano chiusi i pensieri, non solo le porte;
era corto lo sguardo,
era triste il volto,
era arido il cuore,
era spenta la speranza.
La sera di quello stesso giorno, il primo della settimana,
il primo della vita nuova
venne Gesù.
Anche dietro le porte chiuse
si celebra l’incontro:
lo sguardo riconosce nella gloria del Risorto
il compimento dell’amore crocifisso.
Venne Gesù:
il cuore si apre alla grazia,
il volto si dispone alla gioia,
lo sguardo si allarga alla missione fino ai confini del mondo,
la storia sbagliata è avvolta dalla grazia del perdono.
E la speranza! Ah, la speranza non si trattiene in angusti confini,
è speranza di vita eterna!
Viene Gesù, anche quest’anno
il primo giorno della settimana
mentre sono chiuse le porte,
la fede riconosce il Signore,
la casa ospita la gioia.
E la speranza! Ah, la speranza!

 

 

 

Pubblicato il 11 Aprile 2020